Chi sono

Sono nata a Roma nel 1961 e qui  vivo e lavoro. 

Dipingo e curo mostre per la Galleria RossoCinabro. 

Non mi ricordo bene come è cominciata: di sicuro erano un regalo. Pochi tubetti di colori primari e una piccolissima tela, giochi di bambini.  Mi ricordo che ho dipinto dei limoni. Chissà dov'è finita quella piccola tela, mi piacerebbe ritrovarla...Inizia così la mia storia, con l'amore per il colore.  Quando ho cominciato amavo l'arte che c'è nella natura. Spiavo i cambiamenti degli alberi e delle cose.  

Ora nei miei  quadri c’è un  misterioso universo sospeso tra realtà e finzione, tra la norma e l’assurdo, tra l’ordine e il caos.  Tutte le combinazioni appaiono possibili. La  rappresentazione,  sia essa reale, concreta o immaginaria, fantasiosa, ideale, si alterna, si sussegue, s’intreccia, si rispecchia, si mescola in composizioni provvisorie, si sovrappone in un procedimento  incalzante e  come una continua metamorfosi  è costretta a continue elaborazioni mentali.

Realtà e riflesso divengono la forma e il contenuto della mia opera, si fondono in questa, si trasformano nella mia arte. In un’arte singolare perché capace di sprofondarsi nel mistero dei pensieri, dei sentimenti più reconditi e riportarli alla luce, d’immergersi nel baratro di quanto è inconsulto, incosciente e  risalire alla superficie, di perdersi nel “labirinto” delle irrealtà e  ritrovarsi vera, reale.

“Città”, “labirinti”, “libri”, “scacchiere”, “specchi”, “acqua” sono ricorrenti perché mi  sono sembrati i più idonei a rappresentare tale moltiplicazione della realtà,  dilatare lo spazio e il tempo, mostrare l’uomo nelle sue infinite potenzialità. Non solo ciò che esiste, si vede, si tocca ma anche ciò che non esiste. E se esiste non sa di essere un altro o vuole non esserlo. E’ come  un uomo condannato a cercare e a cercarsi, destinato a vagare tra i meandri di una vita che non è solo realtà, coscienza ma anche sogno, memoria, incoscienza e che improvvisamente gli si sono rivelati.

Quanto sembrava naturale, concreto, quotidiano diviene, irreale, immenso, infinito poiché si riflette in altre presenze passate, presenti e future che lo trasformano in un momento, in un aspetto dell’interminabile processo della storia, della vita dell’umanità, in un attimo d’eternità.

 

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“Di che materia sono fatti i sogni?” ci si potrebbe chiedere con  Shakespeare (La tempesta) secondo il quale noi stessi ne siamo impastati al punto che il risveglio coincide con la fine della vita che conosciamo. 

Ci sono artisti che si concentrano sul linguaggio (il come dipingere) ed altri sui contenuti (il cosa rappresentare). Ciascuno dei due tipi di creazioni viene conosciuto attraverso varie definizioni ma il contrapposto di  “forma e contenuto”, la definisce forse nel miglior modo.

Cristina Madini ha elaborato un linguaggio figurativo (la “forma”) che è, allo stesso tempo discorsivo e flessibile, uno strumento che si presta a mettere in scena molte rappresentazioni: storie intime, ricordi, forse progetti e revisioni del mondo che ci circonda; si tratta di un procedimento a suo modo minimale perché è assai semplificato.

Le storie (cioè il “contenuto”) sono però, a mio parere,  ciò che più interessa l’artista.

Gli antecedenti di questo linguaggio sono disseminati nella storia dell’arte contemporanea, in particolare nel versante figurativo ed intimista. Si ricevono echi di pittura intimista (senza, però, il tedio che l’abitudine instilla), ci si imbatte con alcune gentili assonanze rispetto ai paesaggi di interno-esterno dei metafisici De Chirico e Savinio; aggiungerei anche quel gusto per l’“art brut” (nel senso di “totalmente spontanea”) che, dopo la pop art, ha scoperto un nuovo interesse per il segno non virtuosistico e la scelta d’oggetti semplici che caratterizzano lo scenario quotidiano.

C’è, insomma, il segno disinvolto, disinibito e corsivo di chi vuole raccontare senza attardarsi nella confezione del prodotto; direi che è un segno senza narcisismo nonostante le tematiche sia tutte autoreferenziali. 

 La tavolozza è tonica, sostenuta, e, se si trattasse di paragonarla al temperamento di una persona, la si potrebbe dire gaia, comunicativa; questo è il sentimento che trasmettono gli accostamenti in genere caldi, i timbri accesi di alcune note di colore che vanno sopra le altre e spostano sul versante dell’immaginazione la scena rappresentata, proprio come se le immagini fossero fatte di quella materia che genera i sogni.

 Quale sia l’immaginario di Cristina Madini si deve necessariamente scoprirlo guardando le sue opere. Il pittore che debba rivelare i retroscena della sua creazione somiglia all’umorista che deve spiegare la battuta dopo averla pronunciata: qualcosa non ha funzionato. Non c’è, però bisogno di ottenere un dettagliato resoconto di ciò che ha prodotto certe figurazioni oppure in quale discorso artistico vadano posizionate, come fossero illustrazioni. Come nei sogni, dove al risveglio non ci si ricorda delle circostanze ma resta bene impresso il sentimento provato così nelle scene di Cristina Madini si assapora uno stato d’animo ma la ragione deve accontentarsi di immagini che si ricompongono solo con l’aiuto dell’emozione e, anche, con l’aiuto di quelle frasi che accompagnano i quadri servendo da titoli.

Così, lo spettatore è invitato riferire a sé stesso quella scena, ad indossare quell’abito di pittura e vedere come gli sta addosso, cosa è capace di suscitare nel proprio intimo spazio. Un esercizio della fantasia che si può fare trovando un po’ di quiete rispetto al mondo circostante (anche quello, pur gradito e ricercato, del pubblico delle esposizioni). In questa stanza interiore si reincontrano stati d’animo e versioni di noi stessi che abbiamo trascurato per stare alla pari col tempo e la moda. Possono essere anche recuperi dell’infanzia rispetto ai quali si ha ritegno, da adulti, ad identificarsi di nuovo.

Prendersi il proprio tempo per aggiornare l’immagine che abbiamo di noi stessi si può fare, però, con l’aiuto di immagini che ci possono servire da chiavi di accesso alla faccia nascosta del nostro animo.

 Madini ha spinto forte sul pedale del surrealismo nella serie dedicata a Venezia dove fisicamente le stanze della memoria sono invase dai  contenuti che dovrebbero controllare e che, invece, la fanno da padroni forse perché lo spazio dell’attualità sarebbe altrimenti vuoto di emozioni.

Nelle piccole telette  quadrate sono invece di scena i dintorni della persona (e, in questo resoconto , ci si  riconosce tutti) e il colloqui che si stabilisce fra oggetti e spazio ha l’imprevedibilità di certi discorsi fra persone che molto giovani o molto anziane hanno predisposizione per i salti di fantasia, che è come dire l’uscita dal recinto dell’ovvio.

Altre tele sono francamente oniriche non perché presentano situazioni impossibili  ma per essere parte di quell’universo indipendente che è la fiaba. Lo stile non cambia, è (come si è detto) flessibile e transita senza sforzo dal vero all’inaspettato con la leggerezza di un cantastorie che guida il pubblico su sentieri appena tracciati.

 In questo cammino lungo tali sentieri da giardino ci rammenta anche l’epoca  in cui spazi ed oggetti (già di per sé tanto più grandi di noi) avevano il dono della metamorfosi e suggerivano giochi..  giugno 2007 Gianluca Tedaldi (storico e critico d'arte)

 

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Cristina Madini focalizza la sua attenzione sulla scrittura e sulla poesia di alcuni autori che predilige e che nel tempo, per affinità elettive, sono diventati cari al suo cuore e fonti della sua ispirazione come Charles Baudelaire, Johann Wolfang Goethe, Italo Calvino, Banana Yoshimoto, Elias Canetti, Antonio Sarabia, Kuki Gallmann, Karen Blixen, Tagore, Alberto Moravia. Si accosta con sensibilità ed intima partecipazione ai vari linguaggi tramutandoli, nell'alchimia dell'anima ed attraverso vari passaggi di maturazione interiore, in nuove espressioni creative, gioiose o malinconiche, ma sempre pregnanti, poiché dai frammenti scelti cerca di arrivare alle emozioni, all'esplorazione dei sentimenti più reconditi, alle atmosfere e alle fantasie che li hanno generati per renderli in una visione quasi primaria ed archetipa. 

Le sue tele vivono in un contesto scenico che rivela un intimo rapporto tra la linea ed il colore, in una sorta di rispecchiamento delle immagini, dove le realtà possibili appaiono sempre illusorie e pronte a frammentarsi, trasformarsi e riaggregarsi in un ordine nuovo. Le atmosfere sono malinconiche, le luci diffuse e flebili sfiorano appena gli elementi dei paesaggi, le cromie sono sommesse e raffinate con una prevalenza di grigi.

Nelle opere di quest'artista le parole si tramutano in immagini lasciando affiorare scenari mentali, densi di suggestioni visive, in un surrealismo estetico dove le accumulazioni dei labirinti inconsci, con un proprio vigore ed una propria misteriosa energia, ci conducono verso la scoperta di un diverso sentire, vivace e denso di inediti significati. Quest'aggregazione tematica, legata ai testi letterari e poetici di ogni tempo e paese, non è solo un pretesto, ma esprime la condivisione che esiste tra la pittrice ed il frammento dell'opera dell'autore e l'esigenza profonda di una comunicazione pluristratificata, capace di stimolare i fruitori ed invitarli alla lettura per approfondire l'opera dei vari autori suggerendone un nuovo percorso critico, nel senso di un viaggio metaforico nel contenuto immaginativo dei loro orizzonti culturali.

Le sue opere,  sempre in bilico tra riferimenti reali e metamorfosi immaginarie, evidenziano una complessità emotiva ed una componente poetica ed ambigua, non sempre di facile comprensione. 

Personale "Art&Biblioteca" Roma, aprile 2003  dott.a Anna Iozzino (Critico e Storico dell'Arte) 

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"Negli oli di Cristina Madini, l'uso del colore, ritmato nei toni e nella frammentazione della luce, si muove nella dicotomia fra reale e immaginario, cui la condizione umana è sottoposta. L'invenzione e figurazione, nei suoi significati simbolici e nelle sue possibilità espressive riescono a creare quasi un colloquio tra l'artista e il mondo, il suo mondo abitato da lune, vulcani, vie, architetture, tutti ripetuti ma non riflessi, sospesi tra scaglie di cielo."  Roma, 2002 - dott.a Elena Madini

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"...volendo dire qualcosa che possa servire tanto all'osservatore quanto all'artista, per definire teoricamente quanto la pittura dice con l'elementare linguaggio delle forme e dei colori, occorre ritrovare il punto d'inizio, le fonti a cui Cristina Madini può avere assorbito quella morbida impostazione, il gusto per la composizione su più piani, quel primitivismo delle immagini sostenute da un impasto solido. Per fare questo è senz'altro più utile guardare i paesaggi, quelli nei quali non è presente nessun personaggio, sia che si tratti di irregolari vie di paesi immaginari, simbolici come la bianca città del desiderio di Calvino, sia che la scena appaia tutta occupata da portali ed archi di una improbabile architettura più fantastica che reale, ma solo la certezza che sia le case lontane e quasi affondate nelle montagne, non escludono la presenza e il ricordo dell'uomo. Si vedrà allora che queste scene anche se disabitate, nascono dalla fantasia, dal ricordo di fatti e di luoghi non veduti ma sentiti descrivere in un tempo di cui si è persa la nozione esatta, o letti e immaginati con la viva precisione di una inspiegabile nostalgia..."  Roma, 2002 dott.a Violante Fantini

 

" Gli ultimi lavori di Cristina Madini sembrano definirsi attraverso una ricerca onirica, che spazia dalle suggestioni di smaterializzazione ed astrazione di Kandinsky alla figurazione di superficie di Mirò. Il biomorfismo eidetico dai nitidi profili non è più espressione autonoma ma simbolo di una vitale realtà fenomenica. Una piacevole figurazione morbida e curva, dominata dall'energia dei colori di matrice fauve-espressionista, è il linguaggio che emerge dalla prolifica "officina" della sua fantasia." Roma, dicembre 2001   -    dott.a L.L.V.  

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